Apple negozia con CXMT e YMTC per arginare i rincari della RAM

Un MacBook Pro con 1 terabyte di storage è passato da 1.699 a 1.999 dollari, un rincaro del 17,6% che in poche settimane ha reso concreto l’impatto della carenza globale di chip di memoria. Per frenare questa spirale, Apple ha avviato trattative con due produttori cinesi che Washington considera off-limits: CXMT (ChangXin Memory Technologies) e YMTC (Yangtze Memory Technologies), entrambi inseriti nella lista nera del Dipartimento della Difesa. Le discussioni sono in corso, nessun accordo è stato finalizzato, e il percorso per arrivarci è lastricato di ostacoli politici, produttivi e normativi.

Le due aziende cinesi nella lista nera del Pentagono

CXMT e YMTC compaiono nella lista 1260H del Dipartimento della Difesa, che raccoglie le aziende sospettate di legami con l’Esercito Popolare di Liberazione cinese. YMTC, in particolare, è anche inserita in una blacklist del Dipartimento del Commercio, che impedisce alle aziende statunitensi di vendere a queste società senza una licenza all’esportazione.

Non è la prima volta che Apple tenta di avvicinare questi fornitori. Nel 2022 l’azienda aveva esplorato un accordo con YMTC per dotare gli iPhone destinati al mercato cinese di memorie NAND. L’iniziativa si arenò dopo le reazioni del Congresso. Marco Rubio, allora repubblicano di punta della Commissione Intelligence del Senato, liquidò la mossa con due parole: «playing with fire».

Ora lo scenario è cambiato, e la pressione sui costi ha riportato la questione al centro del tavolo.

Perché Apple cerca nuove forniture: il costo della memoria scolpito nei listini

La carenza globale di DRAM e NAND nasce da una domanda che ha cambiato direzione. I produttori di chip stanno dando priorità ai server per intelligenza artificiale, lasciando meno wafer per l’elettronica di consumo. Con la domanda che supera l’offerta, i prezzi sono saliti e Apple – che ha l’abitudine di proteggere i propri margini – ha trasferito il costo sui listini.

I prodotti colpiti dagli aumenti sono:

  • MacBook Pro e altri modelli Mac
  • iMac e Mac mini
  • Mac Studio
  • iPad
  • Apple TV
  • HomePod

L’aumento del 17,6% sul MacBook Pro da 1TB è solo la punta più visibile di un fenomeno che, stando a quanto riportato da Bloomberg, non accenna a rientrare senza un intervento strutturale sulla catena di approvvigionamento.

La proposta: chip cinesi solo per i dispositivi venduti in Cina

La soluzione che Apple sta discutendo con l’amministrazione Trump ha un perimetro preciso. I chip di CXMT e YMTC verrebbero utilizzati esclusivamente nei dispositivi venduti in Cina, liberando la fornitura di memorie provenienti da altri produttori per il mercato statunitense.

Tim Cook, CEO uscente che lascerà l’incarico a settembre 2026, ha già incontrato funzionari dell’amministrazione, incluso il segretario al Tesoro Scott Bessent. Tecnicamente Apple non ha bisogno di un via libera formale per acquistare da aziende inserite nella lista 1260H del Pentagono, ma vuole evitare contraccolpi politici e, soprattutto, scongiurare che CXMT finisca nella Entity List del Dipartimento del Commercio – mossa che renderebbe l’intera operazione impraticabile.

Alcuni membri dell’amministrazione Trump si oppongono già all’intesa, e le discussioni restano in una fase fluida.

Il primo ostacolo è politico, il secondo produttivo

Anche ipotizzando che la Casa Bianca conceda una luce verde, il piano Apple deve superare un secondo scoglio. CXMT e YMTC stanno già operando a piena capacità e faticano a soddisfare la domanda delle aziende cinesi locali. Non esiste alcuna garanzia che possano destinare volumi sufficienti a un cliente delle dimensioni di Apple.

A questo si aggiunge un’incognita speculare: il governo cinese potrebbe non autorizzare le due società a rifornire Apple in un momento di grave penuria interna. Le due aziende sono asset strategici, e Pechino potrebbe decidere che le priorità nazionali vengono prima di un contratto commerciale, per quanto prestigioso.

La variabile Cook aggiunge un ulteriore strato di complessità. Un CEO con otto settimane di mandato davanti a sé sta negoziando un accordo che potrebbe ridefinire la geografia politica della catena di fornitura Apple. Il successore designato erediterà – qualunque sia l’esito delle trattative – un dossier delicato, con i prezzi dei Mac ancora in tensione e i nuovi iPhone di settembre attesi con listini probabilmente ritoccati verso l’alto.

Il paradosso è tutto qui: per aggirare le strozzature di un mercato globale delle memorie drogato dalla domanda di intelligenza artificiale, Apple bussa alla porta di fornitori che il governo americano considera una minaccia alla sicurezza nazionale. E lo fa quando il CEO che guida l’operazione è già con un piede fuori dall’azienda.

Fonti

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