Apple ha tre settimane per scegliere: accettare i chip di memoria cinesi che potrebbero calmierare i prezzi di Mac e iPad, oppure piegarsi al veto bipartisan del Senato e rinunciare a un fornitore che Washington considera una minaccia alla sicurezza nazionale. La lettera firmata da sette senatori — repubblicani e democratici — è arrivata il 30 luglio 2026 e fissa al 21 agosto il termine per una risposta scritta.
La posta in gioco non è solo industriale. Il braccio di ferro incrocia la carenza globale di chip di memoria, l’espansione produttiva americana finanziata dal CHIPS Act e il delicato incontro Trump-Xi previsto a settembre. E mette l’azienda di Cupertino nella posizione scomoda di chi deve negoziare con la Casa Bianca mentre il Congresso alza i toni.
Perché Apple guarda ai chip cinesi proprio adesso
La domanda di componenti per l’intelligenza artificiale ha compresso l’offerta di memorie DRAM e NAND su scala globale. A giugno 2026 Apple ha reagito con aumenti di prezzo su Mac, iPad, Vision Pro e dispositivi per la casa: il MacBook Air è passato da 1.099 a 1.299 dollari, il Mac Studio M4 Max da 1.999 a 2.499 dollari. La mossa ha reso urgente trovare fornitori alternativi.
Due nomi sono entrati nelle trattative: CXMT (ChangXin Memory Technologies) e YMTC (Yangtze Memory Technologies Co.). Entrambe figurano nell’elenco del Pentagono delle aziende sospettate di sostenere l’Esercito Popolare di Liberazione cinese. YMTC, in più, è sulla Entity List del Dipartimento del Commercio: per acquistare i suoi chip Apple avrebbe bisogno di una licenza di esportazione, mentre CXMT al momento non la richiede, ma Apple sta facendo pressioni sull’amministrazione Trump perché non venga aggiunta in futuro alla lista.
Tim Cook ha riassunto la posizione dell’azienda con una formula diretta: «Everything needs to be on the table. We should look at all supply.» Apple ha già iniziato a testare i chip CXMT e ha proposto di limitarne l’uso ai dispositivi venduti nel mercato cinese, lasciando la produzione di Samsung, SK Hynix e Micron per gli altri Paesi.
La lettera dei senatori: chi ha firmato e cosa chiedono
Il gruppo è guidato da Chuck Schumer (democratico, New York) e Jim Banks (repubblicano, Indiana). Insieme a loro hanno firmato i democratici Jeanne Shaheen e Andy Kim e i repubblicani Mike Crapo, James Risch e Pete Ricketts. La lettera parla di «mossa miope» e avverte che l’operazione renderebbe Apple «dipendente da forniture critiche di un’azienda che il governo degli Stati Uniti ha formalmente designato come compagnia militare cinese».
Tre i punti centrali della richiesta senatoriale:

- Impegno scritto entro il 21 agosto 2026 a non usare chip CXMT o YMTC in alcun prodotto Apple, in nessun mercato.
- Chiarimenti sui test già condotti su componenti CXMT e su quali informazioni tecniche siano state condivise con gli stabilimenti cinesi — un passaggio che potrebbe richiedere una licenza del Dipartimento del Commercio.
- Trasparenza sull’attività di lobbying esercitata da Apple sull’amministrazione Trump per evitare restrizioni sui fornitori cinesi di semiconduttori.
Schumer ha legato la sua opposizione al CHIPS & Science Act, la legge che ha fortemente voluto e che sta finanziando la più grande espansione produttiva di memorie sul suolo americano da decenni. «Ho scritto il CHIPS Act per tornare a produrre microchip americani con lavoratori americani — ha detto — non per restare dipendenti dai semiconduttori dall’estero».
L’ombra del precedente YMTC e il nodo degli investimenti statali
Non è la prima volta che Apple tenta questa strada. Nel 2022 aveva avviato contatti con YMTC per inserire le sue memorie in alcuni iPhone destinati al mercato cinese. In quell’occasione Marco Rubio, allora vicepresidente della commissione Intelligence del Senato, accusò Apple di «playing with fire». Il piano fu abbandonato dopo l’opposizione del Congresso e l’inserimento di YMTC nella Entity List.
Oggi la pressione è ancora più forte perché molti senatori firmatari rappresentano Stati che beneficiano direttamente degli investimenti produttivi legati ai chip:
- Micron ha promesso 250 miliardi di dollari in nuovi impianti nello Stato di New York, in Idaho e in Virginia, con la creazione di 90.000 posti di lavoro.
- SK Hynix sta investendo circa 4 miliardi di dollari in uno stabilimento di packaging in Indiana.
La lettera dei senatori lo esplicita: «una decisione di Apple di acquistare chip di memoria cinesi avrebbe un peso ben superiore ai suoi ordini di acquisto. Funzionerebbe come un segnale che altri acquirenti seguirebbero, proprio mentre lavoratori in Indiana, Idaho, New York e Virginia stanno realizzando la più grande espansione della produzione domestica di memorie in una generazione».
La scommessa cinese e il fragile equilibrio politico
Apple ha cercato di rassicurare i legislatori confinando l’uso dei chip cinesi ai soli dispositivi venduti in Cina, ma i senatori non considerano credibile questa limitazione: «una volta che un componente supera la qualificazione per la produzione Apple — scrivono — estenderlo a livello globale è solo una singola decisione di procurement». E aggiungono un dato che indebolisce l’argomento del risparmio: analisi citate nella lettera mostrano che i prezzi di CXMT a volte sono superiori a quelli dei concorrenti.
La partita si gioca in un momento politico incandescente. Donald Trump dovrebbe incontrare Xi Jinping a settembre sul suolo americano, e i controlli sulle esportazioni di chip saranno sul tavolo. Dare il via libera ad Apple — o negarlo — diventa una mossa che può pesare nei negoziati. Quattro giorni prima della lettera dei senatori, Micron aveva già chiesto formalmente alla Casa Bianca di respingere i piani di Apple.
L’azienda di Cupertino non ha commentato pubblicamente la lettera. Ha solo tre settimane per decidere se piegarsi alla richiesta bipartisan o aprire uno scontro con un Congresso che, per una volta, parla con una voce sola.
