Un giudice federale ha spento con un colpo di gavel la maxi-class action che chiedeva ad Apple 32,8 miliardi di dollari di risarcimento per non aver rimosso materiale pedopornografico da iCloud. La sentenza, firmata dalla giudice distrettuale Noël Wise a San Jose, California, sancisce che la piattaforma è immune da responsabilità per i contenuti generati dagli utenti grazie alla Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996. La decisione, arrivata il 14 luglio 2026, è secca: il caso è archiviato con pregiudizio, quindi non potrà essere ripresentato con le stesse accuse. Dietro il verdetto resta però acceso lo scontro tra sostenitori della privacy, associazioni per la tutela dei minori e le big tech, con il legislatore federale chiamato in causa direttamente dalla giudice.
Il cuore della sentenza: Sezione 230 e assenza di obblighi federali
La Sezione 230 protegge i servizi online dall’essere trattati come editori dei contenuti caricati dagli utenti. La giudice Wise ha stabilito che la causa voleva proprio questo: ritenere Apple responsabile per non aver bloccato o rimosso immagini di abusi sessuali su minori archiviate dagli utenti su iCloud. “I legislatori possono risolvere questo problema che contribuisce allo sfruttamento dei bambini”, ha scritto la giudice, “questa Corte non può”. La motivazione tecnica è netta: oggi nessuna legge federale impone alle aziende tecnologiche di creare o attivare strumenti di scansione per identificare CSAM su piattaforme criptate. Il collegio difensivo di Apple ha usato proprio questo scudo per ottenere l’archiviazione, chiudendo la strada a un risarcimento colossale che, secondo gli atti, avrebbe potuto coinvolgere 2.680 persone rappresentate da due sopravvissute identificate con gli pseudonimi Amy e Jessica.
NeuralHash: la promessa ritirata che ha innescato la causa
Al centro del contendere c’è NeuralHash, il sistema annunciato da Apple nel 2021 per confrontare le immagini caricate su iCloud Photos con database di materiale pedopornografico già noto, senza mai visualizzare le foto. L’azienda lo aveva presentato come una soluzione capace di bilanciare privacy e sicurezza, ma ricercatori ed esperti di sicurezza avevano subito avvertito che la tecnologia poteva essere riutilizzata per sorveglianza di massa. A dicembre 2022, Apple ha spento definitivamente NeuralHash, spiegando che il meccanismo avrebbe creato nuovi vettori d’attacco per hacker e aperto la porta a richieste governative di scandagliare altri sistemi crittografati.
Le attrici della causa sostenevano che l’abbandono del sistema, senza alternative, lasciasse esposti i sopravvissuti. Apple ha replicato puntando su Communication Safety, uno strumento ancora attivo che scherma immagini esplicite inviate o ricevute da minori, e su altri interventi legati al parental control. La giudice, tuttavia, non è entrata nel merito tecnico: ha semplicemente rilevato che nessuna norma obbligava l’azienda a mantenere NeuralHash o a sviluppare sostituti.

I numeri del divario: Apple, Google e Meta a confronto
L’asimmetria nelle segnalazioni di materiale pedopornografico tra Apple e altri giganti del web era un argomento portato dai legali delle vittime per sostenere l’inerzia dell’azienda. I dati del 2023, riportati dal National Center for Missing and Exploited Children (NCMEC) e citati negli atti, mostrano uno scarto enorme:
| Piattaforma | Segnalazioni sospette CSAM nel 2023 |
|---|---|
| Apple | 267 |
| 1.470.958 | |
| Meta (Facebook) | 17.838.422 |
| Meta (Instagram) | 11.430.007 |
Confrontando i 267 report globali di Apple con gli oltre 1,47 milioni di Google, la piattaforma di Cupertino ha segnalato appena lo 0,018% dei casi denunciati dal motore di ricerca (267 ÷ 1.470.958 = 0,00018). A questo si aggiungono i dati pubblicati a luglio 2024 dalla britannica NSPCC, secondo cui Apple sarebbe stata implicata in 337 reati di CSAM in Inghilterra e Galles solo tra aprile 2022 e marzo 2023, mentre l’azienda dichiarava numeri globali molto più bassi. La disparità si spiega in parte con la crittografia end‑to‑end e con l’assenza di scansione lato server: Apple non può vedere i contenuti di iMessage né quelli archiviati in modo non indicizzato su iCloud, a differenza di quanto fanno Google o Meta sui propri servizi non completamente cifrati.
Le prossime mosse: appello, cause statali e il possibile intervento del Congresso
L’avvocato James Marsh, che rappresenta i querelanti, ha dichiarato di stare valutando un appello e altre azioni legali contro Apple. La strada giudiziaria federale per ora è sbarrata, ma il fronte non è chiuso: il procuratore generale della Virginia Occidentale ha già intentato una causa separata sulla stessa materia, ed è la prima volta che un singolo Stato agisce in proprio su questo terreno. La pressione, intanto, si sposta su Washington. La giudice Wise ha esplicitamente indicato il Congresso come l’unico soggetto in grado di modificare lo scudo della Sezione 230 e imporre obblighi di rilevamento proattivo. Finché i legislatori non interverranno, le società tecnologiche restano protette dalla legge del 1996, e la tensione tra privacy assoluta e protezione dell’infanzia rimane irrisolta.
La sentenza non archivia il problema: certifica che la soluzione, allo stato attuale, non può venire da un tribunale. A quasi due anni dalla presentazione della class action (agosto 2024), il messaggio è che il costo umano documentato dagli atti – 2.680 sopravvissuti, immagini che continuano a circolare – non trova riparazione nelle aule di giustizia federale, ma dovrà eventualmente passare per una riscrittura delle regole che nessuno, per ora, ha messo in calendario.
