Il 7 agosto 2006 Steve Jobs svelava il primo Mac Pro, completando in soli 210 giorni la transizione da PowerPC a Intel. Vent’anni dopo, il 26 marzo 2026, Apple ha spento per sempre la sua workstation più iconica, appena cinque mesi prima di questo anniversario. Non è stata solo la crisi globale dei componenti a condannarlo: il Mac Pro era già stato svuotato dall’interno, superato in prestazioni dal più economico Mac Studio e reso architetturalmente marginale dall’arrivo di Apple Silicon.
Un debutto da record: il “cheese grater” che cambiò tutto
Il primo Mac Pro portava con sé una promessa mantenuta: doppio processore Intel Xeon a 64 bit fino a 3.0 GHz, il doppio delle prestazioni del precedente Power Mac G5. Phil Schiller lo definì «il Mac che i nostri clienti di fascia più alta hanno sognato». La macchina, dal case in alluminio traforato subito ribattezzato cheese grater, venne annunciata alle 13:08 Eastern di quel lunedì, con un prezzo di partenza di 2.499 dollari (circa 4.140 dollari attuali).
L’architettura Intel raffreddava così bene da permettere di eliminare ingombranti sistemi di raffreddamento. Dentro trovavano posto quattro hard disk fino a 2 TB ciascuno, due unità ottiche e una RAM di 1 GB espandibile a 32 GB. «Abbiamo il miglior case del settore, un design splendido», spiegò Schiller. «All’esterno ha tutti i vantaggi di prima. All’interno è completamente nuovo». Era il 7 agosto 2006 e quel computer completava in sette mesi esatti il passaggio a Intel. «Oggi il Power Mac passerà alla storia», chiosò Jobs.
Gli anni dell’incertezza: dal “trash can” all’ammissione di colpa
Dopo aggiornamenti regolari fino al luglio 2012 — l’ultimo con due Xeon Westmere-EP a 6 core e 2,4 GHz — Apple provò a stravolgere il design. Nel 2013 nacque il Mac Pro cilindrico, il cosiddetto trash can, costruito attorno a un singolo nucleo termico unificato. Fu l’inizio di un deserto: il modello non ricevette alcun aggiornamento sostanziale per sei anni.
Craig Federighi, SVP Software Engineering di Apple, ammise in un’intervista del 2017 che l’azienda si era «cacciata in un angolo termico», avendo puntato su carichi di lavoro GPU che non si materializzarono mai su larga scala. Il trash can andava in throttling sotto pressione e, a differenza del cheese grater, non offriva alcuna espansione interna. Fu un errore di progettazione che costrinse Apple a scusarsi pubblicamente con gli utenti professionali e a preparare un ritorno alla torre tradizionale, arrivata solo nel 2019.

Il colpo di grazia: Apple Silicon, Mac Studio e l’impennata dei costi
Con l’avvio della transizione a Apple Silicon nel 2020, il Mac Pro fu l’ultimo a ricevere i nuovi chip. Quando arrivò con M2 Ultra a giugno 2023, l’Afterburner Card e altre schede aggiuntive avevano già perso supporto. L’unico vantaggio residuo rispetto al Mac Studio erano gli slot PCIe, un argomento troppo debole per giustificare un prezzo base di 6.999 dollari. Il Mac Studio offriva prestazioni equivalenti (o superiori) in un formato ridotto e a costi molto più bassi.
Poi è arrivata la crisi delle memorie DRAM del 2026, che ha travolto l’intera industria dei computer. A giugno, Apple ha alzato i prezzi di 14 prodotti: il Mac Studio M3 Ultra è passato da 3.999 a 5.299 dollari, con un rincaro netto di 1.300 dollari (circa il 33%). Applicando lo stesso incremento percentuale al Mac Pro, il listino base avrebbe superato i 9.300 dollari — più del prezzo di molte workstation di fascia alta già configurate. Tim Cook ha definito la situazione «insostenibile» e gli aumenti «inevitabili», paragonando la carenza di chip a un’alluvione centennale.
In questo scenario, mantenere in listino un Mac Pro da oltre 9.000 dollari — per di più con volumi di vendita già minimi — avrebbe prodotto solo perdite e titoli negativi. Apple ha scelto di spegnerlo prima del compleanno, anziché trascinarlo in una crisi di prezzo che ne avrebbe ulteriormente compromesso l’immagine.
Cosa resta del Mac Pro: l’eredità di una macchina per pochi
Il Mac Pro originale è ancora oggi ricordato come il miglior Mac mai costruito da molti professionisti. La sua scomparsa, però, non lascia un vuoto incolmabile: il Mac Studio ha già preso il posto di ammiraglia desktop, e il mercato a cui parlava il Mac Pro — utenti disposti a pagare qualsiasi cifra per il massimo della potenza espandibile — si è ristretto fino quasi a scomparire.
Chi ancora aveva bisogno di slot PCIe per schede audio, video o storage specializzato dovrà guardare altrove. Con l’abbandono del Mac Pro, Apple chiude definitivamente l’epoca del computer modulare e aggiornabile: al suo posto, chip sigillati e prestazioni definite in fabbrica. Era già successo con i portatili, adesso tocca alle workstation.
