La causa depositata da Apple il 10 luglio 2026 contro OpenAI non è solo un tentativo di fermare un presunto furto di segreti industriali. È il primo atto di una battaglia per il controllo del dispositivo che potrebbe un giorno rimpiazzare l’iPhone – e rischia di trascinare in tribunale Jony Ive, il designer che quell’iPhone l’ha creato. Con oltre 400 ex dipendenti Apple già passati a OpenAI e un prodotto hardware atteso per il 2027, la posta in gioco va ben oltre le aule di tribunale.
Cosa contesta Apple: un piano sistematico per rubare componenti e informazioni
La denuncia di Apple descrive uno schema coordinato, non semplici episodi isolati. I due nomi chiave sono Tang Tan, oggi Chief Hardware Officer di OpenAI e per 24 anni a capo del design prodotto in Apple, e Chang Liu, ex ingegnere elettrico senior passato alla squadra hardware di OpenAI.
Secondo la causa, Tan avrebbe raccolto informazioni riservate sulla catena di fornitura Apple e, insieme a Liu, avrebbe incoraggiato candidati in uscita da Cupertino a presentarsi ai colloqui con componenti non ancora rilasciati e dettagli su dispositivi, processi produttivi e rapporti con i fornitori. Liu è accusato di aver trattenuto un laptop aziendale e di aver sfruttato un bug di autenticazione per accedere a documenti confidenziali mentre già lavorava per OpenAI.
Apple sostiene che questo sia «solo la punta dell’iceberg» e di non avere piena visibilità su quanto accaduto a porte chiuse in OpenAI. Per questo chiede un processo con giuria, un’ingiunzione immediata per bloccare l’uso di qualsiasi informazione trafugata nello sviluppo del nuovo dispositivo hardware e il risarcimento dei danni.
La risposta di OpenAI: una smentita che non affronta le accuse
Dopo un primo commento laconico del portavoce Drew Pusateri – «Non abbiamo alcun interesse per i segreti commerciali di altre aziende» – OpenAI ha diffuso una dichiarazione ufficiale il 14 luglio, riportata da Bloomberg:
«Prendiamo queste accuse seriamente, ma non siamo a conoscenza di alcuna prova che questo ricorso abbia fondamento. Crediamo nella concorrenza leale e nella libertà delle persone di lavorare dove scelgono, e siamo concentrati sulla creazione di tecnologia innovativa che dia potere alle persone ovunque.»
Il comunicato, giudicato da più osservatori come generico e poco incisivo, sposta il discorso sulla mobilità dei lavoratori, un tema delicato in California. Ma Apple non contesta il diritto dei dipendenti di cambiare azienda: contesta il fatto che, nel farlo, abbiano portato via materiale protetto da segreto industriale. La formula «non siamo a conoscenza di alcuna prova» è curiosa, perché Apple afferma di averne. In attesa della risposta legale completa, il disallineamento è già evidente.

Perché Jony Ive potrebbe finire sul banco dei testimoni
Nel testo della causa Apple non compare mai il nome di Jony Ive. Non è un caso: l’azienda ha costruito l’impianto accusatorio su condotte specifiche e dimostrabili – laptop non restituiti, accessi irregolari, istruzioni per portare campioni ai colloqui – in cui il designer non è direttamente coinvolto.
Il problema arriva con la fase di discovery. Ive ha co-fondato io Products, la startup acquisita da OpenAI nel novembre 2025 per 6,5 miliardi di dollari, proprio con l’obiettivo di sviluppare il dispositivo hardware al centro della disputa. Se gli avvocati di OpenAI decidessero che la sua testimonianza può aiutare la difesa – per esempio per spiegare come è nato il prodotto e quali informazioni erano effettivamente utilizzate – potrebbero chiamarlo a deporre. E a quel punto Apple si troverebbe davanti a una scelta scomoda: interrogare sotto giuramento l’uomo che ha disegnato i prodotti più iconici della sua storia, o vederlo schierato di fatto dalla parte avversa.
Non sarebbe la prima deposizione di Ive in una causa legata ad Apple (lo fece nel 2012 in una battaglia brevettuale), ma sarebbe la prima volta da ex dipendente, con un ruolo attivo in un’azienda concorrente.
Il vero obiettivo: rallentare il «killer dell’iPhone»
Dietro le accuse c’è la volontà di Apple di frenare il progetto hardware di OpenAI, descritto come un potenziale concorrente diretto dell’iPhone. L’azienda di Sam Altman punta a lanciare un dispositivo entro il 2027, anche se non è chiaro se sarà uno smartphone o qualcosa di diverso. Nel frattempo, OpenAI sta bruciando liquidità: secondo alcune proiezioni, senza una nuova iniezione di capitale potrebbe restare senza fondi entro il 2028.
Ottenere un’ingiunzione che blocchi l’uso di informazioni riservate Apple durante lo sviluppo del prodotto significherebbe ritardare il lancio, se non azzerare alcuni progressi. In una corsa contro il tempo, anche pochi mesi di stop possono fare la differenza tra il successo e il fallimento di un’intera linea di business.
La strategia legale di Apple e il prezzo di una testimonianza scomoda
Il dato che colpisce, incrociando le fonti, è la distanza tra la quantità di dettagli forniti da Apple e la vaghezza della replica di OpenAI. La causa elenca nomi, circostanze e documenti; la risposta parla di «libertà di lavorare» e «nessuna prova nota». Questo schema – denuncia circostanziata contro difesa debole – è tipico delle azioni legali pensate più per ottenere un vantaggio competitivo immediato che un risarcimento futuro.
Se OpenAI dovesse davvero chiamare Jony Ive a testimoniare, il calcolo di Apple cambierebbe. Esporre il designer che ha lasciato l’azienda nel 2019 a un contro-interrogatorio potrebbe incrinare la relazione pubblica rimasta cordiale e, soprattutto, regalare a OpenAI un’arma mediatica. L’unica certezza, al momento, è che Cupertino ha perso il controllo sulla narrazione: dal 10 luglio, il copione non lo scrive più da sola.
